Trittico della vita di S. Giovanni Battista


Prefazione

IN OCCASIONE DELLA INAUGURAZIONE DEI QUADRI SULLA VITA DEL NOSTRO PATRONO SAN GIOVANNI BATTISTA

Ad opera del Maestro Alfredo Pettinari di Tavazano

Sabato 7 Gennaio 2006, VIGILIA DELLA FESTA DEL BATTESIMO DI GESU'


LA PREDICAZIONE DEL BATTISTA NEL DESERTO
e
IL BATTESIMO DI GESU' AL GIORDANO



E' con grande gioia che rivolgo il mio saluto più cordiale a tutti voi, carissimi parrocchiani di Tavazzano con Villavesco, e a tutti coloro che provengono da altre comunità. Un particolare saluto a tutti i sacerdoti e a tutte le religiose presenti. Alle autorità civili qui rappresentate dall'Assessore alla Cultura della provincia di Lodi, il Sig Mauro Soldati, dal nostro Sindaco, Giuseppe Stroppa.
Siete venuti per partecipare alla Inaugurazione dei due grandi quadri che raffigurano due scene della vita del nostro Patrono San Giovanni Battista.

Con sentimenti dì vivissima riconoscenza e profondo affetto, a nome di tutta la comunità, saluto e ringrazio il nostro carissimo Maestro Alfredo Pettinari che è stato l'esecutore intelligente ed appassionato del progetto artistico sulla Vita del nostro Patrono.

Ringrazio parimenti tutti coloro che hanno apportato la loro molteplice ma necessaria collaborazione perché quest'opera venisse attuata e offerta alla nostra contemplazione.

Si tratta di un ciclo completo sulla Vita del Precursore:

LA PREDICAZIONE DEL BATTISTA NEL DESERETO

IL BATTESIMO DI GESU' AL GIORDANO

IL MARTIRIO DEL BATTISTA

Quest'ultimo, solo abbozzato, sarà pronto ed inaugurato alla vigilia della Sagra di Tavazzano, il prossimo 3 Settembre.

Entrando in questa Chiesa si è presi da un senso di intimo gaudio e di viva ammirazione. Lentamente essa sta acquistando il fascino della bellezza.
Noi veniamo da abitazioni che respirano il clima culturale di oggi: il senso della nostra civiltà odierna tecnica, precisa e funzionale. Tutto è razionale.
Varcando la soglia di una Chiesa avvertiamo che si entra in un ambiente diverso ma bello e profondamente suggestivo.
Il nostro spirito è attratto soavemente dal fascino dell'arte, dell'armonia e della bellezza.

L'arte sì coniuga sempre in maniera stupenda, non esteriormente ma intrinsecamente, con la fede.
Chi entra in una Chiesa deve sentirsi come in Paradiso.
Deve rimaneme rapito, estasiato.
Tra fede e arte c'è sempre stato uno sposalizio fecondo che ha dato luogo a opere meravigliose, come quelle che tra poco contempleremo.
Perché? Perché la fede ha un rapporto intrinseco con l'arte.

La fede apre al nostro Dio che è Bellezza infinità.

Voi ricordate il genio altissimo di Agostino; genio intellettuale ma anche mistico che rivolgendosi a Dio lo chiama "Bellezza".

Pochi di noi fanno questo; ma i geni che sono anche dei grandi mistici, penetrando nel mistero più profondo della realtà, sanno cogliere che all'origine del mondo non vi è soltanto il progetto di una mente infinitamente sapiente, ma c'è soprattutto la Sorgente d'ogni bellezza. Così Sant'Agostino poteva esclamare dal profondo del suo cuore: «Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova tardi ti amai» (Conf. 10,27).
Artista è colui che sente il fascino della bellezza infinita e che tenta di tradurlo nelle immagini, nei suoni e nei colori, avvertendo però che la materia è sempre dura e refrattaria a modellarsi secondo la forma che contempla nel suo spirito.
La sua manifestazione, la sua espressione costituisce un approccio sempre incerto e inadeguato ad esprimere la Bellezza in sè.
L'uomo è completo quando sa giungere alla sintesi di tutte queste conoscenze: quella spirituale, quella intellettuale, quella amorosa e tanto quella sensibile; e per questo io vorrei dire anche: l'uomo che non sa gustare l'arte, l'uomo che non sa gustare la spiritualità a mio modo di vedere, è incompleto.
Parlare di una società che ama e apprezza l'arte vuol dire parlare di un umanesimo più completo, più armonioso.
Un'epoca, una civiltà è grande nella misura delle sue opere d'arte.
Quando un turista intelligente va a visitare una città visita soprattutto le opere d'arte, i grandi capolavori lasciati dagli artisti.
Questo è molto importante.
Mi preoccupa una società in cui ci sono pochi artisti e si producono poche opere d'arte.
Mi preoccupa una società che non sa costruire chiese di una bellezza come quelle medioevali.
Vuol dire che il concetto dell'uomo è povero non è completo, non è così ricco come noi pensiamo.
Arricchire la nostra Chiesa di altri due capolavori di splendida e suggestiva bellezza, è per tutti noi un godimento, e insieme un richiamo ai grandi valori dell'umanesimo cristiano che hanno fatto grande l'Italia, l'Europa.
Sarebbe davvero triste se venissero meno.
Ora in questi quadri noi ammiriamo l'iniziativa mirabile di Dio che ha inviato nel mondo un Precursore per spianare la strada al suo Divin Figlio, Gesù Cristo. Nel deserto fa udire la sua voce e prepara la via spianata davanti a Cristo.
Il Messia sarà da lui riconosciuto come L'Agnello di Dio, mite e mansueto, che viene nel mondo per vincere con l'amore e il perdono.
Il Maestro Alfredo Pettinari è riuscito in modo mirabile a caratterizzare questo aspetto di Gesù nella tela sul battesimo: ha dipinto un Gesù giovane, tutto comnpreso e proiettato verso la sua missione salvifica nel mondo: lo ha reso tanto umano, nostro fratello, nostro amico.
Eppure trasfigurato dalla presenza luminosissima dello Spirito Santo, così presente nella tela da poterla definire un vero e proprio segno sacramentale.
E Cristo, viene per restaurare il capolavoro di Dio che è l'uomo. scende nella acque del Giordano, simbolo del battesimo che subirà sulla Croce, scenderà poi nel sepolcro dove l'uomo giace sfigurato per restaurarlo nella sua bellezza divina come immagine dì Dio che è Bellezza di ogni bellezza.
Noi abbelliamo i templi che fanno risplendere un raggio della gloria infinita di Dio, ma in questi templi incontriamo il Redentore dell'uomo; di quell'uomo che tante volte ha bisogno di essere restaurato.
Pensiamo a tante persone, come hanno bisogno di essere rinnovate: i giovani in preda alle fallaci promesse di felicità, alle tante persone sfigurate dall'odio e dal dolore.
E pensiamo soprattutto all'uomo che giace nel sepolcro morale, spirituale e alla morte fisica che è la dissoluzione dell'essere.
Ecco: chi con fede, mosso dava pietà e dall'amore, contemplerà le mirabili tele sulla Vita del Battista, incontrerà Colui che è capace di restaurarlo e rinnovarlo nel suo essere.
Il Cristo, scendendo nella acque gelide della morte e del peccato, ci raggiunge nelle nostre morti e nelle paludi dei nostri peccati, ma per riportarci alla gloria della risurrezione, che sarà bellezza incorruttibile, luce senza fine, gioia infinita.
Questa sera la nostra Comunità parrocchiale dà il suo piccolo ma significativo contributo perchè l'Arte sia sempre più ricondotta alla sua origine, al suo primo principio: che è Dio. Anzi, nel Figlio di Dio, come Logos Incarnato, si compendia tutta la bellezza del Padre.
Il volto di Dio è infinita Bellezza, come la sua mente è infinita Verità, come il suo cuore è infinito Amore.
Anzi: nell'infinita essenza di Dio, Verità, Bontà e Bellezza esprimono i diversi aspetti di un'unica realtà: l'Essere infinito, che è Dio, è anche infinita Bontà, infinita Verità, infinita Bellezza.
Nei due giganteschi quadri che tra poco ammirerete, il nostro amatissimo concittadino Alfredo Pettinari ha raggiunto vette artistiche altissime, dando il suo inimitabile contributo a "ricapitolare ogni cosa in Cristo" e riportando l'arte alla sua prima, alla sua più alta origine, che è Dio: il Dio Trino e Unico, il cui volto ci è stato rivelato dal Cristo, bellezza incarnata, donato al mondo da Maria.
Grazie ad Alfredo, nuovo geniale nei suoi dipinti che ha aperto uno squarcio in questo mondo di infinita bellezza.
E grazie a te mio amatissimo Leo che hai voluto aggiungere, con la tua gradita presenza, alla bellezza della pittura la bellezza impalpabile e impareggiabile della tua possente e vibrante voce.
Contribuirai così, stasera, ad elevare le nostre anime in Dio.
Canta e prega per noi, hai ricevuto un grandissimo dono da Dio e tu glielo ridoni con umile e confidente amore, tutto abbandonato nella sua Madre dolcissima.
Ti assista il nostro Patrono San Giovanni battista e la Madonna di Bocca di Rio che tanti ami e che hai insegnato anche a me a conoscere e ad amare, e nel tuo canto, questa sera, noi deponiamo tutte le nostre lodi, tutte le nostre preghiere e le nostre lacrime e le nostre invocazioni, i nostri dolori e le nostre gioie.
Portale tu nel cuore di Dio con la tua possente voce. E Il Padre delle misericordie le esaudisca.
E il Dio della bellezza sia con Te e con Alfredo. E il Dio della pace sia con tutti noi. E così sia.

Don Gianfranco


Quadro della Predicazione del Battista nel deserto

Nella tela del Maestro Pettinari, uno scenario cromaticamente spettacolare fa da sfondo alla predicazione del Battista.
Un cielo striato di tonalità variegate in una gamma infinita di sfumature che si amalgamano e si distendono in onde di colore: il tripudio dell'arancio, del giallo, del rosa si stempera nel violetto, nell'azzurro, nel marrone.
E' uno scrigno prezioso che racchiude annunci e promesse, che vuole schiudersi alla sorpresa e alla novità di eventi gloriosi. Nella parte destra del cielo, uno squarcio di colori fiammeggianti lascia intuire la presenza del sole e tutto il paesaggio, pur così scabro, ne risulta trasfigurato. La luce di Dio, sole di vita, circonfonde natura e uomini con i raggi del suo amore.
Il deserto è reso con una rappresentazione pittorica suggestiva che riproduce una dimensione dello spirito più che uno spazio geografico. Le dune e gli avallamenti ammorbidiscono la solitudine e l'essenzialità del luogo; le tinte calde del cielo lo accendono di riflessi lucenti.
C'è un'atmosfera arcana che conserva la memoria di una lunga attesa, di una storia densa di lontananze e di ritorni, di infedeltà e di misericordia; ci sono solchi tracciati la tanti passi faticosi, zone d'ombra punteggiate da scintille di sole.
Il deserto è il crocevia dell'incontro con Dio in cui si cristallizzano la luce e l'ombra, la fede e l'ansia dell’uomo, il silenzio e la parola.
Nel silenzio del deserto Giovanni è diventato la Voce, perché il silenzio è la cassa di risonanza delle voci dell’anima.
Sul rilievo di uno sperone roccioso, la figura del Battista si staglia fiera e imponente, degna del più grande di tutti i profeti. Tuttavia il suo volto è inciso dalla Parola, il suo corpo segnato dalla vita austera. Dalla solitudine, dal silenzio.

Ora è pronto a svolgere la missione alla quale è stato chiamato fin da prima della nascita. Scaturisce per lui qualcosa di totalmente nuovo, di sorprendente: un atto divino che viene a prelevarlo nel suo deserto, nel suo ambiente per un compito unico e personale, per l'ultimo messaggio profetico ad Israele.
La parola di Giovanni pone a confronto l'esistenza consueta, mediocre, basata su false sicurezze all'irruzione della gloria splendente di Dio, i cui raggi penetrano nel profondo del cuore, il cui fuoco incandescente brucia tutto ciò che è inconsistente, e al quale resiste solo ciò che è stato trasfigurato e reso incorruttibile dall'amore.

"Convertite vi perché il regno dei cieli è vicino. Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco: colui che viene dopo di me è più potente di me. Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile." (Mt.3)

Ma c'è un secondo orizzonte verso cui guida Giovanni ed è quello decisivo: verso Gesù, verso colui che è il sovrano della storia.
Tutta la storia conduce qui. Cielo e terra, acque e rocce si uniscono qui.
Il suo indice è puntato verso Gesù, verso la scintilla da cui parte il fuoco. Gesù, via di salvezza, l'Agnello di Dio, Colui che toglie il peccato del mondo (Gv.1,29).
Egli è consapevole che la forza non risiede nel gesto del seminatore, che non sempre è efficace, ma è il fecondo segreto racchiuso nel seme che egli semina.

Su Gesù si concentra tutta l'attenzione del Battista e tutto l'orizzonte cosmico che circonda la scena: il cielo infuocato è pregno di stupore e di attesa.
"Egli non era la luce. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce" (Gv.1,8)
Nel dipinto la raffigurazione della predicazione del Battista è essenzializzata. Oltre al profeta, appaiono solo un ragazzo e tre discepoli. Questi ultimi, catturati dalla sua voce, soggiogati dal suo indice puntato verso l'Agnello di Dio, sono rivolti verso Gesù e non possono più distogliere lo sguardo da lui.

Il volto del ragazzo, disegnato di profilo, conserva la grazia e la dolcezza dell'infanzia non lontana. Le membra sono tenere, morbido il dorso, i capelli lievi e folti. Sulla sommità del capo gioca un riflesso di luce.
Volge lo sguardo a Giovanni con atteggiamento di devota fiducia. La figura è quasi genuflessa, marcata, volta al suo maestro nello sforzo di comprenderne il messaggio. Sta compiendo un cammino, non ha ancora riconosciuto appieno la Luce vera, non ha ancora effettuato il passaggio dall'attesa all'atteso.
Il suo sguardo è colmo di quel desiderio di Dio che la Parola creatrice e le promesse di Israele hanno impresso in lui.
Per ora ascolta la voce del profeta, vuole percorrere una via di libertà, rispondere all'appello di conversione e di vita nuova. E' giovane negli anni e nella fede. Infatti non ha ancora il mantello, prerogativa della maturità, simbolo soprattutto dell'accoglienza d'impegno.

Al contrario i discepoli, dopo aver ascoltato la voce, si protendono verso la Parola, verso Colui che della voce è realizzazione.
I mantelli sono ben drappeggiati sulle spalle e trattenuti dalle mani, le quali paiono voler conservare nell'intimo la testimonianza del Battista, non per una appropriazione, ma per una interiorizzazione che si farà testimonianza.
La mano del discepolo, che sembra essere tutt'uno col Battista, è illuminata dalla luce, l'ha accolta e pare pronto a donarla.
Avverrà infatti una diffusione a contagio del messaggio di Giovanni: la sequela di Gesù sarà come un fuoco che si propaga dall'uno all'altro accendendo tutti della stessa luce.

Alle spalle del Battista, la Croce, anch'essa trafitta dalla luce, perché è veicolo d'amore, è strumento di vita. La croce unisce intimamente Giovanni a Gesù, è prefigurazione della sua morte. Una morte che suggellerà con un supremo atto d'amore la testimonianza di tutta la sua vita.

Per questo il rosso, la tonalità dell'amore e del martirio, è il colore dominante e accende nel quadro i volti di Giovanni, del ragazzo, dei discepoli, infiamma le loro vesti, il dorso del ragazzo, il cielo, il deserto stesso. Rappresenta il trionfo dell'amore puro che dà senso alla vita e alla morte. E' annuncio di vita, di vittoria, di speranza. E' il punto d'incontro dei due orizzonti, quello della terra e quello del cielo.



Quadro del Battesimo di Gesù al Giordano

Nel dipinto di Alfredo Pettinari che raffigura il Baffesimo di Gesù, la figura solida e armoniosa del Battista si erge su di un piccolo promontorio roccioso e svetta verso il cielo quasi con lo stesso slancio delle canne che, sul lato sinistro della tela, si elevano nitide ed essenziali, dritte e altissime, percorse da un fremito di attesa e da un riverbero fulgido di luce.

"Chi mai siete andati a vedere? Una canna sbattuta dal vento?" (Mt 11,8)

Giovanni non è una banderuola pronta a cambiar direzione a seconda dello spirare del vento. Da nulla è piegato, se non dal soffio di Dio che lo sospinge e trae dal suo intimo le vibrazioni di una Voce, calda, forte, autorevole che chiama, raduna e poi umilmente consegna ad un Altro.

La roccia su cui Giovanni è inginocchiato è simbolo di Cristo, roccia nuova da cui scaturisce il fiume della vita, che disseta coloro che credono in Lui.
Rivolta verso il cielo la persona, ad accogliere la realizzazione delle antiche promesse, ma il capo chino verso colui che ora, qui nelle acque del Giordano, invera speranze e attese.
Le mani che hanno attinto l'acqua del fiume della Terra Promessa, ora chiuse a conchiglia, si protendono sul capo di Gesù con gesto deciso seppur riverente.

"Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me."

Giovanni è consapevole di essere un uomo carico di limiti, di oscurità, di incomprensioni di fronte al suo Dio che, pur senza ombra alcuna, si sottomette a lui. Nondimeno, uomo aperto all'infinito, fedele alle Scritture, pronto ad adempiere il suo compito, ad essere strumento docile di quello Spirito che avvolge il Cristo.

Il pittore ha rappresentato lo Spirito come un cono di luce dalla radiosità penetrante.
Anche Giovanni ne è partecipe, è una fiaccola accesa alla luce di Cristo.
Nel quadro, un'epifania di luce che tutto impregna. Non acceca, né annienta, ma trasfigura ed esalta. Le mani stesse del Battista paiono colme di luce più che di acqua, perché il fuoco dello Spirito ha deciso di venire nel gorgo dell'abisso umano e l'ha investito di una missione.

"Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce." (Gv.1,6-8)

Il giallo carico delle sue vesti ha assorbito la luce che si stempera in riflessi aurei fin lungo i fianchi.

Nel dipinto il colore giallo esprime l'eternità e la fede, è simbolo della trascendenza e della potenza divina, ma anche la tinta del declino. Ce lo ricordano le spighe ormai mature dell'estate e le foglie ingiallite dell'autunno.
E infatti la missione di Giovanni sta per concludersi: egli è ambasciatore di un altro più grande di lui che rimarrà al centro della scena.
Ora le sue parole tacciono, perché è arrivata la Parola.
Il gesto del Battista avviene nel silenzio, ma il silenzio è carico di Dio, perché il mistero nascosto da secoli eterni sta svelandosi qui:

"Questi è il Figlio mio, l'amato, nel quale mi compiacqui" (Mt 3,17)

Uno squarcio dal cielo, un torrente di luce abbagliante, un biancore latteo che inguaina le rocce, spruzza e accarezza l'esilità delle canne, ingloba nel fulgore e nel nitore l'acqua del Giordano.
Così Pettinari ha rappresentato l'evento.

Gesù è raccolto in preghiera, il capo chino dinanzi a Giovanni che lo battezza: nell'espressione del viso si coglie il mistero per noi inesplorabile di quel colloquio silenzioso, tenerissimo del Figlio col Padre fino al momento in cui i cieli si squarciano e il mondo divino viene a contatto col mondo dell'uomo.
Il viso, nel dipinto, è schermato dai capelli che scendono a velare lo sguardo. Nell'intimità profonda e arcana avviene il dialogo fra cielo e terra, ma gli astanti ne sono spettatori e testimoni.
La mano destra affusolata posa sul petto e pare voler trattenere l'empito dei pensieri e delle emozioni: la docilità di Gesù al progetto del Padre già da ora è carica di sofferenza.

C'è altresì nel gesto l'offerta, la gioia ineffabile della gratuità, quell'onda potente di amore che sospinge a spostare le montagne e a caricarsi di pesi immani.
Le spalle di Gesù sono lievemente inclinate in avanti, ormai pronte ad assumere il peso dei peccati degli uomini, ma anche l'investitura di Messia e di Figlio di Dio. Nell'umiltà del gesto è già presente la regalità divina.
Tutta la tela di Pettinari celebra questa regalità: la esprime nello slancio verticale delle figure, nell'impalpabile bellezza del canneto, nello scorrere solenne e misterioso delle acque, nel fulgore abbagliante della luce, nell'incanto delle rocce che il raggio di Dio ha ammorbidito ammantandole di luce evanescente.
Più di tutto la regalità di Gesù appare nel gesto di chinare il capo, di accogliere la volontà del Padre, di camminare verso la croce, perché l'antico esodo di Israele si rinnovi in pienezza e l'uomo, liberato dalla schiavitù interiore, si metta in cammino verso la terra della libertà dello spirito.




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